18 mesi di ricerca e laboratori con operatori sociali e volontari dell'Emilia-Romagna per l'Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale
Community Express è stato un progetto dell'Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale di Emilia Romagna, organizzato in collaborazione con l'Università di Parma, per studiare e sostenere l'innovazione sociale nel welfare di comunità. Sono stato invitato a svolgere la mia metodologia "per collocare la ricerca e l'analisi dei progetti negli spazi, per decifrarli come sedimentazioni delle relazioni sociali" (Vincenza Pellegrino, si può leggere tutto sotto). Il progetto è stato un ambizioso esperimento dialogico con due obiettivi intrecciati che si sono facilitati a vicenda: il mio ruolo è stato quello di fornire nuovi strumenti tangibili agli operatori sociali, ai programmatori e ai volontari che hanno partecipato al programma, aiutando contemporaneamente l'Agenzia a comprendere meglio le loro innovazioni per poterle sostenere meglio in futuro.
Community Express è stato un progetto dell'Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale di Emilia Romagna, organizzato in collaborazione con l'Università di Parma, per studiare e sostenere l'innovazione sociale nel welfare di comunità. Sono stato invitato a svolgere la mia metodologia "per collocare la ricerca e l'analisi dei progetti negli spazi, per decifrarli come sedimentazioni delle relazioni sociali" (Vincenza Pellegrino, si può leggere tutto sotto). Il progetto è stato un ambizioso esperimento dialogico con due obiettivi intrecciati che si sono facilitati a vicenda: il mio ruolo è stato quello di fornire nuovi strumenti tangibili agli operatori sociali, ai programmatori e ai volontari che hanno partecipato al programma, aiutando contemporaneamente l'Agenzia a comprendere meglio le loro innovazioni per poterle sostenere meglio in futuro.
Nel corso del primo anno ho tenuto una serie di workshop in stretta collaborazione con il Dipartimento di Sociologia dell'Università di Parma per incoraggiare operatori sociali a riconsiderare i luoghi in cui stavano sperimentando il welfare partecipativo in un arco di tempo più ampio. Questo percorso ha incluso esercizi di scrittura creativa, discussioni di gruppo, sfide fotografiche e compiti di ascolto. Si trattava sia di laboratori di gruppo che incoraggiavano riflessioni reciproche e collaborative in tutta la regione, sia di consultazioni individuali per offrire un'analisi più dettagliata. Insieme abbiamo rivalutato i luoghi come spazi fisici, percepiti e vissuti, impegnandoci con le storie che li hanno formati per aiutarci a immaginare come il welfare di comunità potrebbe incidere sul loro futuro. Particolare attenzione è stata data al ripensamento delle "voci" coinvolte in ogni luogo, andando oltre i "fornitori" e gli "utenti" dei servizi verso un senso plurale di comunità e welfare.
Da questa ricchezza di materiale sono partito per creare un mio studio kalagrafico dei luoghi coinvolti nelle 17 innovazioni candidate, per mettere a fuoco in modo critico alcune delle domande che avevamo condiviso. Anche qui, l'idea era di creare una guida introduttiva per favorire e approfondire le discussioni collettive nei workshop, in modo tale da essere utile anche ai eventuali partecipanti futuri.
Si consiglia di aprire questo studio interattivo in una nuova finestra per visualizzarlo meglio a schermo intero e poter utilizzare i pulsanti colorati per spostarsi liberamente da un'innovazione sociale all'altra: ogni stazione ha un suo specifico punto di interesse. (Il caricamento potrebbe richiedere alcuni secondi con connessioni più lente, basta aggiornare se si riscontra una pagina mancante.) In alternativa, è possibile esplorare la versione incorporata qui sotto, cliccando semplicemente sulle diapositive per avanzare. Sui telefoni si scorre con un dito e in alcuni browser sarà necessario esplorare nell'ordine predefinito. Buon viaggio!
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Considerazioni finali da un taccuino traboccante...
Gli spazi possono dividere, chiudere e escludere, o possono suggerire, riunire e ospitare.
Per coinvolgere la comunità in un progetto deve esserci una comunità.
Per esserci una comunità, le persone devono incontrarsi.
Per incontrarsi le persone devono sapere dove sono.
Per sapere dove sono quel luogo deve esistere.
Per esistere quel luogo deve essere raccontato.
Per essere raccontato quel luogo deve essere unico.
Per essere unico le persone devono coinvolgersi e dargli forma in modo attivo.
Per coinvolgersi in un luogo le persone devono percepirlo attraverso il tempo e sentirsi parte della sua storia.
Opher Thomson
Community Express 2021
L'anno successivo il progetto è stato portato avanti con tutti i 9 Centri di Servizio per il Volontariato della regione, coinvolgendo volontari e cittadini di varie associazioni oltre ai Centri stessi. Le nove tappe del viaggio realizzato sono state, citando il mio collega Tommaso Gradi dell'Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale:
Ferrara per conoscere il progetto Riforestazione Urbana dove, attraverso l’attenzione partecipata per il verde pubblico, si affrontano le tematiche dell’emergenza climatica coinvolgendo le nuove generazioni;
Cattolica (RM) per il progetto Agisco, nato per sostenere le associazioni della zona di Riccione e la loro capacità di rispondere ai bisogni sociali emergenti, lavorando su una nuova visione per un volontariato comunitario;
Parma per visitare alcuni spazi del progetto Parma Welfare che promuove contesti di accompagnamento non stigmatizzanti con un volontariato di prossimità e di quartiere;
Bologna per conoscere il progetto Un piatto per tutti, nato per rafforzare la capacità di risposta della rete dei soggetti che si occupano di distribuzione di beni alimentari e di prima necessità e l'Emporio Solidale il Sole, progetto per contrastare l’emarginazione sociale ed economica delle famiglie in difficoltà;
Reggio Emilia per il progetto All Inclusive sport, dove si favorisce l'inclusione dei bambini e ragazzi con disabilità nelle associazioni sportive del territorio, rafforzando le autonomie e l'autostima, il "sentirsi parte di un gruppo o di una squadra", accompagnare lo sport di base e tutta la comunità in un percorso culturale verso la "normalizzazione" dell'inclusione;
Piacenza nel Quartiere Roma, progetto che contribuisce alla qualificazione urbana e sociale del quartiere, favorisce reti di prossimità e coesione sociale tramite attività di animazione delle associazioni, progettazione di interventi in ambito sociale, educativo e di cura del quartiere per promuovere una nuova cultura della sicurezza;
Modena per conoscere il Coordinamento Empori Solidali dove si lavora per la messa in rete di tutti gli Empori della Provincia di Modena, attraverso progettualità comuni, la condivisione di buone prassi e raccolta di beni per uno sviluppo di una comunità più sostenibile e attenta ai bisogni delle persone;
Ravenna con il progetto Orli e Trame che attraverso laboratori partecipativi di artigianato e arte allestisce contesti di accompagnamento non omologante per favorire un volontariato di prossimità e di quartiere;
Savignano sul Rubicone (FC) per il progetto Alla ricerca della bellezza: cultura, storia e territori, che promuove aggregazione e volontariato giovanile, valorizzazione delle competenze e contrasto alla dispersione scolastica, per attivare la comunità nella ricerca storica sulle "radici della solidarietà locale".
Abbiamo fatto uso degli originali 17 studi kalagrafici della prima edizione per introdurre la metodologia, prima di intraprendere camminate collettive per esplorare lo spazio sociale insieme. Ad ogni partecipante ho fornito una chiave di lettura specifica per leggere un aspetto dello spazio e in seguito abbiamo riunito tutto il materiale raccolto per consentire ulteriori discussioni nei prossimi workshop. Ecco sotto una piccola selezione delle foto scattate dai partecipanti, organizzate in base alle chiavi di lettura utilizzate:
'CONTESTO'; 'IDENTIFICATORI'; 'PUNTI DI RITROVO'; 'ACCESSO'; 'ESPRESSIONI DI CASA'; 'VOCI'; 'SEGNI E LINGUAGGI'; 'PUBBLICO/PRIVATO'; 'MOVIMENTO E DINAMICHE'.
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Analizzando poi le fotografie, i partecipanti hanno ridescritto i propri luoghi con una serie di nuove lenti, considerando, ad esempio, gli aspetti unici, la loro visibilità e discrezione, le qualità centrali e periferiche, le diverse percezioni, la presenza e assenza di alcune persone e gruppi ecc. Ne sono emersi tanti spunti preziosi e pian piano siamo riusciti a individuare nove temi e problematiche comuni che riguardano tutte queste realtà, invitando ciascun gruppo a sceglierne due o tre su cui concentrare le proprie riflessioni finali. Questi erano:
luoghi detarghettizzanti
permeabilità e adattabilità
visibilità o discrezione
funzione educante
volontariato a "Km 0"
ricomporre la frammentazione dei servizi e la ricostruzione delle reti locali
sostenibilità ambientale
cura del luogo e della sua bellezza
il "giusto tempo" per nascere e crescere
Le riflessioni raccolte, che potete leggere qui sotto insieme a una presentazione dei novi progetti, hanno a loro volta contribuito a determinare il prossimo Piano Sociale e Sanitario Regionale.
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INTRODUZIONE A CURA DELL'AGENZIA SOCIALE E SANITARIA DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA
TERRITORI, OPERATORI, ISTANZE: il COMMUNITY EXPRESS come osservatorio di innovazione nelle politiche sociali
Fabrizia Paltrinieri (Servizio Politiche sociali e socioeducative - Direzione generale Cura della Persona, Salute e Welfare, Responsabile Area Innovazione Sociale - Agenzia sociale e sanitaria della Regione Emilia-Romagna) Vanessa Vivoli, Tommaso Gradi (Area Innovazione Sociale - Agenzia Sanitaria e Sociale della Regione Emilia-Romagna
Operatori, cittadini e volontari dei territori emiliano-romagnoli mettono quotidianamente in campo azioni, interventi di comunità, progetti ma anche nuove modalità di organizzare il proprio servizio. In questo contesto, il Community Express agisce come dispositivo e osservatorio di innovazione nelle politiche sociali, affidandosi all’approccio innovativo del metodo Community Lab. Nell’edizione 2020-21, il Community Express ha seguito le sperimentazioni territoriali nell’ambito della programmazione locale partecipata, accompagnando e sostenendo il sistema dei servizi sanitari, sociosanitari e sociali nella produzione di innovazione sociale. Le azioni regionali si sono concentrare sulla mappatura, la ricerca e la documentazione di percorsi partecipati avviati, in particolare, in relazione alle politiche di prossimità nella condizione di Covid-19. Attraverso l'innovazione sociale partecipata dagli operatori e la condivisione di un metodo di ricerca etnografica visuale (basata su fotografie, audio e interviste), il Community-Express ha esplorato e valutato 17 casi territoriali di sperimentazione locale nell’ambito del welfare di comunità.
Inoltre, nell'autunno 2021, iI Community Express ha coinvolto e seguito i 9 Centri di servizio per il volontariato (CSV) presenti sul territorio emiliano-romagnolo nell’ambito della progettazione sociale partecipata. La finalità principale è stata quella di supportare e rafforzare il sapere esperienziale presente nel mondo del volontariato, attraverso laboratori formativi itineranti a cui hanno partecipato operatori e volontari dei CSV. Gli obiettivi principali sono stati individuati partendo da alcune domande cogenti che si sono posti professionisti, volontari e cittadini coinvolti in questo percorso. Come si disegna una ricerca e quali categorie si mettono al centro? Cosa vuole dire farla con operatori, volontari e utenti? Quali sono i nessi tra luoghi e relazioni sociali nelle forme innovative di partecipazione della cittadinanza per la salute e il benessere sociale? L’edizione Community Express 2020-21 si è pertanto proposta di:
Valorizzare le sperimentazioni prodotte nei territori sui processi di programmazione e progettazione partecipata.
Fare emergere l’elaborazione corale delle traiettorie innovative delle politiche di welfare, attraverso una metodologia attiva della ricerca-formazione.
Ancora. Lo spazio osservato aumenta o diminuisce la possibilità di fare comunità? Come possiamo ripensare i luoghi come spazi di aggregazione? Come facilitare il passaggio delle persone da utenti a protagonisti del proprio territorio? Proprio perché i luoghi non sono stabili, li narriamo nel loro divenire senza dimenticare ma contenendo la pluralità interna, studiando come le persone vivono gli spazi.
L'osservatorio Community Express 2020-21 ha utilizzato il metodo dell'etnografia visuale per collocare la ricerca e l’analisi dei progetti negli spazi, per decifrarli come sedimentazioni delle relazioni sociali. Il metodo visuale aiuta a rintracciare il senso di quanto si costruisce materialmente, ricercando una coerenza tra forma e progettualità politica. Le corti, gli empori, i condomini, i parchi, le case della salute, che possiamo vedere nei prodotti realizzati in collaborazione con Opher Thomson, sono spazi di incontro e ascolto per una risposta collettiva ai bisogni individuali. Questo tipo di osservatorio delle politiche pubbliche e delle progettazioni del privato sociale serve per porci collettivamente domande su tensioni e contraddizioni che sono difficili da vedere nelle pagine di un progetto e che invece troviamo nell’agire e vivere la città.
Gli operatori sociali possono contribuire alla nascita di nuove iniziative, leggere i problemi ed elaborare collettivamente risposte. Sono facilitatori di alleanze, accompagnati da chi vive i territori nella scoperta di nuove opportunità per incrementare potenzialità inespresse e farsi carico delle istanze per avviare i cambiamenti necessari. La posta in gioco è costruire osservatori istituzionali intesi come spazi di riflessività degli operatori sociali dove processi cognitivi diversi, come l’esplorazione di setting e luoghi, aiutano a rinominare più chiaramente gli indirizzi politici insiti nella pratica. Chiusa la sperimentazione, si aprirà a breve una fase di consolidamento e trasferimento delle innovazioni nei nuovi indirizzi regionali per l’attuazione del prossimo Piano sociale e sanitario e per la programmazione locale (Piani di zona).
Percorso promosso da: Assessorato Politiche per la salute, Assessorato Politiche di welfare e politiche abitative, Direzione generale Cura della persona, salute e welfare della Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con Agenzia sanitaria e sociale regionale e Università di Parma attivano nell’ottobre 2020, la seconda edizione del Community Express.
RIFLESSIONI E CONCLUSIONI A CURA DELL'UNIVERSITÀ DI PARMA
L'ESPERIENZA DEL COMMUNITY EXPRESS Voci e riflessioni dai territori: appunti su cura dei luoghi e politiche sociali
Vincenza Pellegrino e Daniela Leonardi, Università di Parma
Il Community Express è un osservatorio delle innovazioni sociali proposto dalla Agenzia Sociale e Sanitaria della Regione Emilia-Romagna, con il supporto dell'Università di Parma, e portato avanti con operatori e operatrici che afferiscono ai servizi sociali e sanitari della stessa regione. Sono i distretti socio-sanitari e gli enti locali a promuovere pratiche e politiche locali di servizio che ritengono innovative, in grado di rispondere in modo diverso ai bisogni emergenti.
È un laboratorio di riflessività politica rivolto essenzialmente agli\alle operatori\trici, quindi, che cerca di produrre pensiero collettivo sulle finalità inscritte spesso implicitamente dentro le pratiche, rendendo esplicito il "discorso" sul senso di quanto facciamo, che, proprio nel fare, si esprime con voce timida e poco consapevole, per provare a inquadrare meglio la storia dei sistemi di welfare dentro la quale le nostre innovazioni cercano di riprodursi.
Nei fatti, come abbiamo visto nelle precedenti edizioni del Community Express, pur essendoci molti modi (molte 'metodologie', se vogliamo) atti a creare spazi\tempi per la riflessività politica degli operatori, non è facile rileggere i significati e gli obbiettivi di una azione sociale istituzionale. Anche per questo, quest'anno abbiamo scelto la modalità del 'visuale'. Abbiamo scelto di concentrarci sui luoghi e sugli spazi in cui tali innovazioni sociali si producono, cercando di leggere i nessi tra i luoghi e le relazioni sociali, perché siamo convinte che i luoghi possano svelare in modo specifico la storia delle relazioni, della socialità, delle diseguaglianze nei contesti, siamo convinte che i setting del nostro agire sociale possano favorire la riflessività rivelando intenzionalità politiche profonde che spesso diamo per scontate.
Il modo in cui si costruiscono gli spazi dell'attesa nelle case della comunità, o gli spazi dei condomini nelle forme di housing sociale, per fare alcuni esempi emblematici, rivelano il modo in cui sono concepite le relazioni di cura o di coabitazione in modo più chiaro delle dichiarazioni di intenti più teoriche.
Insomma, i luoghi possono essere 'strumenti' per dare vita a certe relazioni sociali, ma sono sempre al tempo stesso anche i 'sedimenti' delle relazioni sociali che ereditiamo e come tali – come nessi tra passato e futuro - vanno considerati nel processo di innovazione sociale, come snodi tra ciò che c'è già stato e ciò che potrebbe esserci.
Queste brevissime note servono per introdurre un più esaustivo lavoro di reportistica fatto da Opher Thomson – l'artista visuale che ci ha supportati – e dal nostro gruppo di lavoro, e per segnalare alcune questioni centrali: perché quest'anno abbiamo scelto proprio questa modalità di auto analisi delle nostre pratiche innovative (punti 1, 2)? È stata una scelta valida? Cioè, abbiamo scoperto qualcosa di poco visibile ma significativo (punto 3)?
1. Cogliere i nessi tra i luoghi e le relazioni sociali
I luoghi come sedimenti delle relazioni sociali
Vincenza Pellegrino
Ad una prima analisi dei casi di 'innovazione sociale' proposti per la nostra osservazione, ci è stata subito evidente una attenzione nuova e diversa per la cura dei luoghi nelle pratiche del servizio sociale e sanitario. Alcuni progetti che abbiamo analizzato mostrano ricorrenze interessanti, elementi che si ripetono come: porticati e strettoie tra condomini e residenze popolari che cercano di diventare laboratori culturali, 'scambioteche' di materiali riusati, nuovi contesti del mutuo aiuto; parchi di quartiere chiamati a favorire la socializzazione tra gruppi sociali che si percepiscono come 'distanti' e invece li abitano insieme; piazze e spazi pubblici che cercano di rompere le linee di demarcazione tra quartieri dalla composizione sociale differente, innanzi tutto di arginare le automobili, di modificare le forme di arredo urbano in modo che si possa sostare nello spazio pubblico anche senza comprare e consumare, di fare spazio alla narrazione collettiva delle memorie attraverso artefatti costruiti collettivamente che possono parlare per 'noi' (un noi rinnovato); edifici polifunzionali dove i negozi chiusi di un'epoca passata diventano forme innovative di negozi, ad esempio centrati sulla distribuzione auto organizzata del cibo, mercatini biologici a vendita diretta, luoghi dove riprodurre una cultura agri-ecologica che si sta diffondendo molto; cortili di condomini in cui si capisce che c'è vita brulicante (sui balconi i panni stesi, bandiere di altri paesi, bandiere della pace, luoghi affollati di biciclette) eppure deserti (nessuno sta nei cortili) divengono potenziali spazi di animazione sociale per bambini e adolescenti; luoghi dell'accoglienza istituzionale dei richiedenti asilo che vengono posti dentro residenze per giovani precari cognitivi o studenti Erasmus, in condomini dove orti e centri sociali cercano di produrre valore e lavoro in modo nuovo. E così via.
Sono state le stesse innovazioni che ci venivano proposte per l'Osservatorio a indicarci una pista di riflessione nuova, centrata sui nessi tra luoghi e relazioni, tra spazi e coesione sociale. A dirci che, forse, a questo riguardo c'è qualcosa di nuovo, un discorso politico inespresso che parla attraverso pratiche sociali emergenti, che sono interessanti ma anche – come vedremo - ambivalenti.
Nelle edizioni precedenti del Community Express – e di altri osservatori regionali – avevamo già seguito diverse fasi evolutive rispetto ai casi presentati come innovativi. C'era stato un primo periodo, intorno al 2010, in cui come innovazioni venivano candidati contesti dell'integrazione socio-sanitaria, pratiche di innovazione dello spazio pubblico centrate sulla gestione creativa delle reti interne ai servizi e sulla loro manutenzione innovativa (sportelli 'comuni' al sociale e al sanitario, nuove modalità del lavorare in equipe e in rete, a cui si tentava di dare sostanza e fluidità). Poi, intorno al 2015, c'erano stati anni di innovazioni che, diversamente da questo sforzo per uno spazio pubblico 'integrato' tra sociale e sanitario, prendevano ad interesse lo spazio privato: le pratiche di domiciliarità, l'attenzione ai caregivers, l'attenzione ad un percorso di cura sociale e sanitaria 'centrato sulla persona' e il suo mondo. Arrivati al 2020, adesso, vediamo ancora un cambiamento (pur restando aperti e non ancora maturati i precedenti ambiti di innovazione) centrato sulla tensione tra le polarità pubblico (istituzionale) e privato (domiciliare), qualcosa che allude alle politiche sociali come strategie di creazione di spazi e pratiche intermedie, che generino spazi 'pubblici-e-ma-collettivi' potremmo dire 'spazi comuni' come va di moda oggi, spazi 'meticci', funzioni e simboli pubblici-e-privati al tempo stesso, dove lo stesso servizio pubblico cerca di esercitare la coprogettazione e la cogestione con i cittadini. 'Spazi ibridi' - dice Andorlini in una bella ricerca recentissima su quelli che lui chiama 'luoghi di innovazione aperta' (1.) - proprio perché la funzione pubblica gioca la carta della "rilevanza simbolica dell'abitare e del curare, insieme" e in tal modo accompagna la produzione di beni relazionali comuni.
Vediamo qui forse una tensione nuova e particolare a "sciogliere" i servizi con e nello spazio esterno, e così facendo a dislocare il consueto confine tra politiche urbane di arredo e di gestione dello spazio da un lato e politiche sociali dall'altro lato, ma anche tra politiche sociali e politiche culturali, tra servizio socio-sanitario e animazione culturale territoriale, cercando nuove metodologie per un concreto lavoro di comunità centrato sulla co-abitazione tra le persone.
Insomma, è stato il tipo di innovazioni che ci proponevano all'analisi a chiederci di mettere al centro la nozione stessa di 'spazio sociale' come insieme di simboli e relazioni, o meglio come occasione di produzione dei simboli e delle relazioni, non solo quindi come opportunità per conoscere l'evoluzione della comunità e capire meglio le nostre stesse ipotesi su quanto stava emergendo, ma anche come occasione di riorientare le intenzionalità politiche insite nelle innovazioni.
Innanzi tutto, è necessario capire la provenienza degli spazi, la loro storia, di cosa sono testimonianza, se vogliamo capire quale passato traghettiamo nel futuro. Se nei cortili delle case popolari costruiamo biblioteche e dopo-scuola per bimbi che hanno tante e diverse lingue materne, e lo facciamo dentro garage piccolissimi e sfitti, perché un tempo adatti alla fiat 500, ci inseriamo dentro un lungo processo di trasformazione della classe operaia che va digerito e compreso.
Per questo abbiamo pensato che, se un osservatorio assomiglia alle pratiche che deve osservare (una istituzione è sempre suddivisa in sottoinsiemi che mostrano 'simmetrie' emotive, simboliche, organizzative con i problemi di cui si occupano), qui si trattava di porre l'osservatorio Community Express dentro i luoghi, di tornare a starci, guardare quali discorsi politici venivano fuori proprio dalla voce dei luoghi che abbiamo allestito.
Così, è stato l'oggetto delle innovazioni a suggerirci il metodo di osservazione delle stesse. Abbiamo pensato alla etnografia visuale e, quando abbiamo incontrato il lavoro di Opher Thomson, ci è stato chiaro che la sua particolare etnografia visuale poteva darci indicazioni metodologiche utili per ripensare l'osservatorio, collocarlo fuori nello spazio, darci strumenti nuovi per decifrare gli spazi come sedimentazioni delle relazioni sociali.
Riconoscere le pratiche esistenti, riconoscere i gruppi sociali nei territori
Daniela Leonardi
Sennett, notissimo sociologo americano, scrive a proposito del rispetto, concetto a cui dedica un volume molto bello, che il rispetto implica riconoscimento e sottolinea la dimensione di reciprocità insita nel riconoscimento (2.). Nei territori nei quali siamo stati in viaggio, per esempio, è emersa la questione del sostegno alle pratiche già esistenti. Se si vuole fare animazione culturale, bisogna prima di tutto riconoscere i gruppi sociali già presenti sui territori, e il nostro viaggio, il metodo proposto, ci portano a farlo.
Il viaggio compiuto con Opher Thomson ci ha permesso di vedere in maniera estremamente concreta alcune dinamiche di cui parliamo: il fatto che nelle corti della Bolognina sia sentita come questione sociale quella dello spaccio ci sollecita a soffermarci su quanto mostrato nel viaggio. Se nel centro di una corte viene demolito il lavatoio poiché si ritiene che sia utilizzato per attività di spaccio, ci viene richiesto di non lasciare un buco, un vuoto, bensì di creare opportunità per vivere lo spazio diversamente.
Come uno zoom che può aiutarci a mettere a fuoco i particolari, ma allo stesso tempo come un'inquadratura molto più ampia che ci permette di allargare il campo visivo fino a comprendere le arterie, le connessioni, i collegamenti tra il luogo specifico e l'area circostante. Questi elementi sono di assoluto interesse per il nostro lavoro e l'avvalersi di una metodologia visuale ci ha aiutato a sviluppare consapevolezza.
Grazie al viaggio audiovisivo intrapreso, anche altri sensi, oltre alla vista, ci hanno aiutato a riflettere sul lavoro di comunità, sul significato di comunità più o meno presente nei luoghi in cui progettiamo, lavoriamo, ascoltiamo, osserviamo. I suoni, i rumori ci permettono di approfondire questi temi, i silenzi ci parlano.
Stanare gli 'impliciti' dell'agire sociale, andare oltre il 'probabile'
Vincenza Pellegrino
Torniamo ai casi di cui il nostro osservatorio ci parla. Spesso dalle nostre analisi emergevano elementi di ambivalenza particolari e interessanti. Contesti dove l'obbiettivo è produrre socialità diffusa producono invece rapidamente recinti, lucchetti, cartelli di divieto; luoghi di socialità polifunzionale, dove lo scambio dei vestiti o di cibo vorrebbe coabitare con le produzioni artistiche proprio a dire 'qui si vuole tenere insieme pubblici e funzioni diverse' – sorgono ignorando quanto è appena dietro l'angolo (magari ignorando una vicina casa di accoglienza per homeless, o un luogo di lavoro a supporto di gruppi giovanili o di autogestione di spazi di quartiere); forme di animazione di parchi e piazze in nome di una maggiore coesione sociale nascono 'spostando' persone senza tetto che vivono sulle panchine o allontanando forme di disagio sociale dalle quali invece forse dovrebbe partire; le case della salute che cercano di diventare case della 'comunità' sono piene di cartelli su cui vi è scritto 'non entrare', non consumare, non suonare. E così via.
Attraverso l'analisi dei setting in cui iscriviamo le progettualità di coesione e mixitude sociale, abbiamo trovato indizi di culture politiche di cui siamo poco consapevoli, che spesso ereditiamo e che consideriamo immutabili. Gli operatori sociali e sanitari sono immersi in una dinamica molto complessa tra la tensione ad innovare e la propensione ad annullare la innovazione, dentro forme di continuità di cui è difficile divenire consapevoli, e di cui i luoghi invece ci danno indizi. Di questa tensione particolare tra innovare le pratiche del lavoro sociale (ad esempio creando politiche sociali dell'abitare e animazioni territoriali fuori dagli uffici), da un lato, e considerare immutabile la realtà sociale, dall'altro lato (ad esempio spostare costantemente la marginalità radicale e separarla dal ceto medio e dai suoi spazi) così reiterandola in silenzio, abbiamo parlato molto nel lungo lavoro di riflessività collettiva dell'osservatorio.
Ci siamo detti che in un'epoca come la nostra, in cui la retorica del Progresso entra in crisi a causa del nuovo avanzamento delle diseguaglianze, e la crisi di quella narrazione è dolorosa nei contesti dell'occidente europeo che avevano identificato il progresso come equilibrio possibile tra mercato e stato sociale (come in Emilia Romagna), le istituzioni lavorano spesso a 'ridurre' il danno della depressione collettiva, e di conseguenza a prevenire e ridurre il conflitto, ad esempio il confronto tra dolori e sofferenze di tipo diverso.
Le istituzioni sociali in ER ricordano equilibri sociali passati (che forse vengono addirittura 'mitologicamente' narrati e esagerati) e quando muovono in avanti cercando una posizione rispetto alla precarizzazione del lavoro, all'aumento delle diseguaglianze urbane, alla crisi del consenso per lo stato sociale, lo fanno dentro il timore del peggioramento, la retorica della nostalgia. Gli operatori si chiedono se davvero l'innovazione possa andare verso il meglio, o se invece i linguaggi consolidati ispirati ai diritti individuali e le tecniche passate del lavoro sociale e sanitario possono essere messe in pericolo da tentativi di cambiamento.
Allora, dentro la retorica e lo sforzo per l'innovazione sociale, spesso si nasconde un implicito 'depressivo' che porta il nuovo verso ciò che è vecchio, considerato in parte inevitabile (molto probabile) e in parte non migliorabile. Allora, l'integrazione sociosanitaria può tradursi in una giustapposizione di uffici separati che restano tali per non rallentarne le vecchie erogazioni; la partecipazione di un nuovo gruppo sociale può tradursi spesso nell'allontanamento di un altro gruppo sociale, in azioni securitarie e di spostamento del dolore, per non 'peggiorare le situazioni'; la casa della salute può restare un poliambulatorio pieni di cartelli per target per non deludere le aspettative e, ancora una volta, 'non peggiorare le situazioni', e così via (3.).
Guardare alle pratiche dal loro 'campo fisico' allora permette di cogliere questa tensione, di vedere gli impliciti del passato 'potente' segnati in quei muri di separazione, nei cartelli, nei divieti, nelle separazioni iscritte nella materialità dei setting che si vorrebbero innovativi. Il metodo visuale, come abbiamo ripetuto, va al di là delle parole di descrizione di un progetto, e ci aiuta a rintracciarne il senso in quanto costruiamo cercando la coerenza tra forma e progettualità politica.
In tal senso, oltre alle specifiche riflessioni sui singoli aspetti – ad esempio, le tentazioni di separazione e così via – abbiamo imparato che un osservatorio istituzionale può usare metodologie che sappiano nutrire una riflessività critica in grado di accorgersi del divario tra progettualità dichiarate e spazi\pratiche costruiti, che sappiano credere davvero possibilità di non piegarsi rapidamente alle 'probabilità vecchie'. La posta in gioco è costruire osservatori istituzionali dove gli operatori sociali (in senso ampissimo, compresi amministratori e dirigenti) possano esperire processi cognitivi diversi (come lo sono le esplorazioni fatte insieme dei setting e dei luoghi) che aiutino a rinominare più chiaramente gli obbiettivi politici insiti nelle pratiche.
La riflessività politica degli operatori ha bisogno di spazi e tempi lunghi, appunto, e qualcosa proveremo a dire qui di seguito. Ma intanto è molto importante considerare questi osservatori come contesti in cui si scovano ambivalenze, domande implicite nelle pratiche, si tenta insomma di fare quel lavoro di esplicitazione del senso che aiuta a "ripoliticizzare" lo sguardo degli operatori.
Con-finalità: è importante adottare punti di vista altri
Daniela Leonardi
In occasione dei nostri incontri, abbiamo riflettuto sulle opportunità di un agire con-fine, con-finalità, nonché dell'importanza di adottare punti di vista altri. Passare del tempo negli spazi in cui si lavora serve a vedere con lenti nuove le vite delle persone che ci vivono. Nel libro "La ville vue d'en bas", esito di un'etnografia di un collettivo di ricerca francese (4.), i ricercatori e ricercatrici evidenziano come anche le categorie che adottiamo comunemente sono frutto di espliciti posizionamenti che possono essere modificati, se lo riteniamo importante ai fini di stabilire relazioni con gli abitanti dei territori. Gli autori/trici, per esempio, mettono in questione la categoria di inattività, di inattivi, riferita agli abitanti della cittadina francese di Roubaix interessata da un significativo processo di de-industrializzazione accompagnato da un aumento esponenziale dei tassi di disoccupazione. Quando il gruppo di etnografi/e si reca sul posto, però, e inizia a stringere legami di fiducia con gli abitanti, scopre che si tratta tutt'altro che di persone inattive: circuiti di scambio di merci e saperi, officine di riparazioni delle autovetture a cielo aperto nelle piazze sono solo alcune delle attività praticate sul posto.
E questo è un esempio del fatto che le categorie, le etichette, che adottiamo, non sono neutre, incorporano in sé delle asimmetrie tra chi ha il potere di etichettare, ad esempio, e chi invece viene etichettato. Riconoscerlo, averne consapevolezza ci serve ad aprire (nuovi) spazi di riconoscimento.
2. L'anima politica del lavoro sociale 'spaziale'
La città diseguale, la città 'abissale' (5.)
Vincenza Pellegrino
Nell'osservatorio abbiamo parlato spesso di questa nostra fase storica, di politiche sociali caratterizzate dall'incertezza e dalla depressione collettiva, abbiamo parlato del modo in cui molte innovazioni sociali si traducono in modalità conservative, e abbiamo detto di come l'osservazione delle nostre pratiche possa, con alcune metodologie, facilitare una osservazione diversa che aiuti gli operatori a rileggere il senso politico di quanto propongono. Abbiamo fatto l'esempio di pratiche di animazione territoriale che pongono nuovi recinti, che propongono nuovi spazi per attività motorie in condomini popolari, ignorando la costruzione di una palestra pubblica di lusso nel quartiere vicino, che stentano, insomma, a problematizzare il corpo intero della città come un 'insieme', e l'insieme come dinamica di classe sociale, come macchina di riproduzione della diseguaglianza.
Il paesaggio, la qualità dell'aria e dell'acqua, la piacevolezza delle case, il troppo silenzio (che rende inquietante ogni suono) o i troppi suoni (che rendono impossibile il silenzio), le forme diverse della mobilità, per alcuni piacevole passeggiata per altri infernale tortura quotidiana, non soltanto esprimono la diseguaglianza ma la costruiscono. Per questo, incidere sui luoghi è di fondamentale interesse, per questo lo sono i nostri casi di studio.
Queste proposte di innovazione ci paiono mettersi nel solco di un più vasto movimento di pensiero sulla città e la 'quasi-città' (i paesi che con essa si relazionano, che divengono il suo alter ego, che sperano di divenire città o divengono i luoghi della fuga dalla città), che si ispira al 'diritto alla città' - tornando a Lefebvre (6. - 7.). Insieme a questo e altri geografi 'radicali', abbiamo parlato di della diseguaglianza come di un processo di 'creatività diseguale' dello spazio urbano che ha spossessato le masse dal diritto di incidere sulla città, e abbiamo parlato di diritto alla città in senso specifico come possibilità di azione concreta nello spazio in cui abitiamo, forma concreta di esercizio politico in un'epoca di de-ideologizzazione crescente. Accedere agli spazi, cambiare sé stessi cambiando gli spazi sembra quella 'azione sociale diretta' che può incidere oggi sul modo in cui la diseguaglianza sociale si percepisce e si riproduce. Ma proprio per questo le innovazioni di cui parliamo devono problematizzare chi e come può accedere alle pratiche proposte.
La tensione tra insicurezze crescenti del ceto medio che impoverisce, e insicurezze radicali di chi è posto fuori dal patto metropolitano (migranti forzati, senza tetto) è sempre più forte. Lo scontento dei primi risuona negli indirizzi politici con più voce di quello dei secondi; la presenza\esistenza dei secondi inquieta le istituzioni più di quella dei primi. L'istanza di sicurezza, quella a non venir aggrediti ad esempio, riguarda innanzi tutto chi casa non ce l'ha, chi rifugio non ce l'ha.
La città è ovunque 'ibrida', ci siamo detti: è fatta di periferie nel centro, di quartieri a gruviera dove palazzi ristrutturati coabitano con ballatoi e bagni in comune, dove palazzine isolate e 'cementose' condannano ad una povertà di relazioni anche gli adolescenti figli-di-ricchi. Centro e periferia non sono più concetti facili da definire come poli opposti: spesso non sono luoghi distanti, ma condizioni diseguali giustapposte.
In tal senso, il tentativo di pacificare la diseguaglianza con vie brevi, di spostarla ad esempio, o di celarla, diventa il rischio insito nelle politiche sociali di comunità o partecipative che dire si voglia, in cui davvero si spera, si tenta di ridurre la solitudine del ceto medio che impoverisce proteggendolo dall'isolamento e dall'abbrutimento, reiterando nuove separazioni. L'ascolto dei luoghi, invece, presuppone la nostra capacità di reggere il conflitto – in un'epoca che lo silenzia – e non di ridurlo. Ascolto per creare contesti di confronto ben sapendo che le condizioni sono distanti, ma aiutando una ricostruzione collettiva delle mappe che ci orientano a nominare la nostra e l'altrui classe sociale.
Una competenza - o se vogliamo una postura politica - difficile da coltivare, ma che troviamo in alcuni dei progetti innovativi di cui parliamo e che certamente abbiamo attivato nel nostro dibattito intorno ad essi. Da un lato, in molti progetti ci siamo occupati di generare luoghi per istruire racconto tra le storie diverse, far incontrare le storie, aiutare le persone a scambiarsi maggiormente significati sulla cura e poi momenti di cura, sulle cose che curano, abiti o soldi o giochi: visto che abitiamo insieme – ci siamo detti – facciamo senso comune sul destino e facciamo destino comune. Le abbiamo chiamate 'politiche dell'abitanza': qualcosa di più vasto della cittadinanza formale se vogliamo, qualcosa che la sostanzia, che la radica in un processo istituzionalmente accompagnato alla produzione di mutuo aiuto e beni 'messi in comune'.
Dall'altro lato, il destino di chi abita questi spazi della città non è comune, è evidente. I precari cognitivi non sono le persone senza fissa dimora di una certa età, anche se tutti patiscono con violenza l'assenza di politiche abitative, per fare un esempio. È il rischio allora per il lavoro sociale di animazione culturale, di racconto reciproco, di vivacizzazione culturale dei luoghi, di supporto ai coworking, di valorizzazione degli hubs espressivi e creativi, il rischio che tutto ciò sposti la nostra attenzione, ci faccia investire su dimensioni 'estetiche' che perdono il linguaggio duro del contrasto politico alla miseria.
Le pratiche di animazione del quartiere, di autogestione dei cortili e dei condomini, allora, sono una forma di 'diritto alla propria città' su cui pare possibile – dicono questi casi – un esercizio sostanziale della 'coabitanza', ma devono essere tenute aperte a chi è più radicalmente escluso, tenute aperte da una riflessività politica che si fondi sul 'costruire nessi', sul concepire ciò che è circostante al singolo oggetto di lavoro su cui siamo concentrati, su chi è assente, altrimenti sono destinate a ricreare localismi e identificazioni esclusive.
Dai luoghi della cura alla cura dei luoghi
Daniela Leonardi
I conflitti per i diversi utilizzi di alcuni luoghi sono questioni che hanno a che fare con la legittimità che alcuni gruppi e singole persone, vogliono acquisire/mantenere rispetto ad altri. Grazie all'ausilio di alcuni stimoli selezionati, (es. vignette, fumetti raffiguranti la vita nei condomini) nei nostri lavori insieme abbiamo visto donne sempre alla finestra discutere con ragazzini intenti a giocare a pallone, scale che diventano ponti…
Qual è il ruolo delle istituzioni rispetto a questo? Che ruolo possono giocare i progetti sui territori? Entrare in relazione con i residenti della Bolognina, ad esempio, costruendo un rapporto di fiducia tra il dentro e il fuori di ciascuna 'corte', lavorare in un'ottica di coinvolgimento collettivo ascoltando da dove derivano, per esempio, le istanze relative alla necessità di avere sempre nuovi cancelli e telecamere senza appiattirsi su questi discorsi, è una sfida complessa ma necessaria. A questo proposito Chiara Saraceno, qualche tempo fa metteva in luce un passaggio che si è compiuto nelle politiche sociali, un passaggio decisivo "dai luoghi della cura alla cura dei luoghi". In questo solco, Enza Malaguti, una delle partecipanti all'osservatorio CE affermava durante un incontro: "Per molto tempo ci hanno chiesto di suonare ai campanelli delle case per capire cosa succedesse all'interno delle famiglie. Oggi sento il bisogno di uscire dagli appartamenti e capire cosa succede fuori, in una logica di condivisione e co-responsabilità di cambiamento di prospettiva, per lavorare in una comunità e lavorare in uno spazio riconosciuto da chi lo abita, facendoci accompagnare dalle persone nell'uscire fuori".
A Torino, tra il 17 ed il 19 dicembre 2021, si è tenuto un convegno dedicato alla riflessione sul ruolo politico del lavoro sociale. Si tratta di un lavoro in linea con alcune delle riflessioni che abbiamo affrontato nel corso del nostro viaggio audiovisivo, che ci ha permesso di indossare nuove lenti per soffermarci a guardare su confini e recinzioni nei luoghi interessati dal percorso. Grazie agli spostamenti di Opher Thomson, e insieme a lui, ci siamo soffermati sulle possibilità, più o meno praticabili, di raggiungere i luoghi nei quali progettiamo e ci siamo chiesti da chi sono raggiungibili; su porzioni di spazio che si vorrebbero dedicate a usi specifici e su cosa può incentivare/disincentivare questi utilizzi. Cosa dissuade le persone dal frequentare gli spazi comuni all'interno di un comprensorio di case di edilizia residenziale pubblica? Quali messaggi veicola la cartellonistica presente in un determinato luogo? Quali memorie e quali storie sono patrimonio di un determinato luogo? Cosa ci dice il silenzio in un luogo che dovrebbe essere molto frequentato? Si tratta solo di alcuni degli aspetti che abbiamo avuto l'opportunità di indagare a partire da questo viaggio. A volte abbiamo imparato che è necessario che "arrivi qualcuno con le chiavi", il famoso gatekeeper, per consentirci di vedere tutto ciò che accade all'interno di un luogo, la cui vista dall'esterno è preclusa. Il viaggio di Opher Thomson in alcuni casi ci ha mostrato, usando le sue parole, come spesso si abbia l'impressione che "lo spazio pubblico sia stato chiuso fuori", e su questo è necessario lavorare. Il metodo utilizzato consente, inoltre, di mettere in risalto i nessi tra un luogo ben definito e il quartiere in cui si inserisce o da cui si differenzia.
"Agire sulle cause dei problemi, non solo prenderci cura degli effetti. Questa per me è l'anima politica del lavoro sociale" - afferma per esempio Fabrizio Floris, sociologo e operatore sociale. Questa frase, a mio avviso, ci interpella, permette di soffermarci sui margini di manovra, a volte più piccoli a volte più grandi, che abbiamo in qualità di operatori/trici sui territori e di dirigenti, e proprio quei margini ci permettono di costruire alleanze non solo operative, bensì di senso con altri soggetti sui territori. Molte cause sono state nominate esplicitamente, altre sono rimaste più implicite, sicuramente il contesto pandemico ha influito sul rischio di percepire gli altri come un pericolo, come una minaccia alla propria salute e ha modificato profondamente i nostri modi di fare comunità, che però allo stesso tempo ci mancano ed è necessario trovare nuovi modi, nuove strade insieme.
"Agopunture urbane". Luoghi intermedi e responsabilità istituzionale
Vincenza Pellegrino
Guardando ai casi di cui ci siamo occupati, ci siamo spesso chiesti come si possa 'coltivare' la vitalità sociale, il mutuo scambio, la relazione sociale inclusiva di cui parliamo. Da un lato, esse si danno dal basso cioè dalla costruzione di relazioni elettive di "co-abitanza" (dalla scelta delle persone con cui si vuole reagire al comune dolore); dall'altro, per essere 'aperte' (nel senso di cui si diceva, sempre ri-aperte, comuni a chi abita e non proprietà di reti private) devono essere accompagnate dalle istituzioni, costantemente re-istituite.
Il tipo di politiche sociali di cui parliamo, di comunità e spaziali, cercano la via intermedia tra queste due polarità. Da un lato è in gioco il riconoscimento di cui dicevamo prima, il riconoscimento dell'esistenza dei gruppi sociali e delle condizioni reali e il rispetto delle loro modalità, con un'attenzione specifica alla 'abissalità' delle esclusioni radicali e alla necessità che trovino spazi di alleanza con la vulnerabilità e la precarietà crescenti.
Dall'altro lato è in gioco l'organizzazione pubblica, il suo modo di costruire spazi di relazione con i cittadini, di presentare e rappresentare lo Stato sociale con i cittadini. Insomma, si possono architettare spazi di convivenza totalizzante? Non si rischiano ingegnerie sociali difficili, come quelle di housing sociale innovativo di alcuni casi in cui migranti richiedenti asilo e precari con pochi soldi per l'affitto vengono messi insieme a discutere come condurre l'orto comune o gestire il bar sotto casa?
Certamente è necessario per lo stato sociale mettersi alla prova con modalità creative, espressive, culturali diverse. Stare fuori. Fare cultura – ad esempio fare memoria comune dei luoghi, scrivere di chi ci è passato e di chi ci vive, costituire archivi delle memorie in ogni dove – è un modo inedito di fare politiche di diritto alla città, cioè di fare politiche sociali pubbliche, che va ben oltre all'aiuto materiale per pagare un affitto. Di questo c'è bisogno. Ma il rischio di non vedere gli elementi complessi del funzionamento della comunità, le sue fatiche, le sue impossibili costrizioni forzate, c'è. Il rischio di voler istituire spazi per loro natura 'non istituzionali' c'è.
Per educarci a stare in questa oscillazione con una intenzionalità politica più chiara, condivisa, discussa insieme, ci aiutano alcuni autori. Penso a Lerner, urbanista e politico brasiliano, che ha parlato di 'luoghi rigenerativi come vere agopunture urbane' (8.). Parla di biblioteche sociali, di piazze polifunzionali, di servizi costruiti da artisti. Il punto è riconoscere che tutto intorno a queste pratiche vitali le cose cambiano, sapendo di non poterle esportare in modo 'modellistico', ma osservando il loro effetto su quanto le circonda, sul modo in cui esse dimostrano le possibilità sociali ignorate e rassicurano e rigenerano l'immaginario collettivo sulla città.
Le corti, gli empori, i condomini, i parchi, le case della salute che abbiamo visto sono spazi che hanno nella loro vocazione l'essere spazi di incontro e ascolto come "erogazione imprevista" cioè come risposta collettiva ai bisogni individuali. Stendere insieme, coltivare insieme, riutilizzare oggetti, narrarsi il passato, ascoltarsi, farsi ascoltare insieme dagli amministratori (molte volte abbiamo pensato a queste innovazioni sostanzialmente come ai luoghi in cui i cittadini periodicamente si organizzano per raccontare la città a chi governa) e così via: questo mette in scena la città 'poliferica' (9.) che porta i molti diversi e li mescola, che sostiene con nuova fiducia gli incontri, di cui si sente il bisogno dopo decenni di isolamenti individuali e politiche mirate ai singoli individui e ai loro bisogni, che oggi cercano di trovare risposta in dimensioni collettive e relazionali.
3. Le innovazioni che abbiamo esplorato. Nuove politiche socio-spaziali?
Comunità
Daniela Leonardi
Alcune parole ricorrenti durante i nostri incontri sono state: comunità e lavoro di comunità, estetica, incontri (mancati), silenzi, vuoti, riqualificazione, degrado, animazione, bisogni, abitare. La nostra proposta è: connetterle su una mappa di senso che ci aiuti ad acquisire maggiore consapevolezza rispetto ai processi insiti nelle nostre azioni, pronti ad ascoltare punti di vista diversi, a farci accompagnare in viaggi audiovisuali per guardare con occhi altri, luoghi per noi familiari. Parole che torneranno nella definizione del piano sociale e sanitario arricchite dei significati condivisi in gruppo, per cui, rispetto alla comunità, nel nostro viaggio è stata tematizzata una dimensione di fluidità che garantisce facilità di attraversamento contrapposta a un irrigidimento, alle "logiche dei servizi" (che spesso marcano dei confini intesi anche come separazioni tra ruoli e responsabilità: "questo compete a me, quello è il tuo servizio"). È stata utilizzata l'espressione "rompere gli argini" proprio per indicare una maggior fluidità e un minore utilizzo di etichette e categorie predefinite. La comunità segna spesso un dentro e un fuori e proprio sulla sua "attraversabilità" è importante interrogarsi promuovendo interventi che facilitino la porosità dei confini.
Comunità è una di quelle parole ombrello che a prima vista ci pare scontata, "è ciò che muove il mondo" pensano molti ma, se ci si sofferma, si colgono alcune sfumature interessanti. L'antropologo Aime afferma che viene evocata per definire un modo di relazionarsi comunemente associato a un aspetto socialmente positivo, buono. Robert Redfield (10.) negli anni '50, riflettendo sulle comunità, metteva l'accento sull'omogeneità che le caratterizza e spesso sulla loro autosufficienza. Questa omogeneità, con la modernità tende a sparire. Aime (11.) – con riferimento a Weber, il quale definisce la comunità una relazione sociale che poggia su una comune appartenenza – ci aiuta a chiarire la differenza tra comunità e associazione. Quest'ultima poggerebbe su un legame di interesse, motivato razionalmente, perseguito intenzionalmente. La comunità ci insegna a essere sociali e porta con sé responsabilità e doveri. Lo spazio condiviso e la prossimità spesso la caratterizzano. E, per chiudere il cerchio, anche Aime torna a sottolineare i confini delle comunità ed evidenzia un aspetto per lui significativo, ovvero il fatto che si torni a parlare molto di comunità proprio in un momento in cui i confini geografici, politici, sociali sono più confusi, a volte proprio come reazione.
Questi elementi ci servono a tematizzare le nostre idee di comunità: quali sono le necessità? Quali i rischi? Ad esempio, nei momenti di condivisione con gli operatori, è emersa una concezione non più relativa a un gruppo di auto mutuo aiuto in spazi protetti ma insita nel fluire di spazi comunitari attraversabili, che Vincenza Pellegrino definisce "politiche di cura dell'uscita, rispetto ad un approccio individualistico/privatistico della risposta ai bisogni".
Politiche socio-sanitarie spaziali. Stare 'dentro-tra-e-fuori'
Vincenza Pellegrino
Abbiamo visto nei nostri casi molte recinzioni, muri, corridoi, porte, cartelli, cancelli. Delimitazioni intorno ai luoghi di innovazione di cui parliamo. In che senso allora i nostri casi parlano di politiche sociali che per andare oltre i confini ricreano confini? 'Entrata' e 'uscita' (da uno spazio, da quel progetto, dal proprio oggetto specifico di lavoro) sono punti di vista, presuppongono la capacità di concettualizzare un fuori e un dentro i luoghi e i progetti. Insomma, come tracciamo i confini? Li vediamo? Cosa c'è al limite esterno che spesso non viene visto come tale, cosa c'è dentro invece che spesso non viene visto come interno?
Nel momento in cui tracciamo i luoghi creiamo e rigeneriamo un confine, lasciamo qualcuno dentro e altri fuori nella nostra intenzionalità di agire. È un progetto per chi? Come riguarda chi ci vive dentro, chi lo attraversa, chi sta lontano da lì? Dove stanno le barriere e i confini nei nostri progetti? Chi li 'soffre'? Come agiscono gli attori sociali per romperli? Molto concretamente il rischio è che i confini servano per dare sicurezza (per spostare o arginare il disordine sociale) anche in progetti che vorrebbero creare 'inclusione' e rompere le 'segregazioni' tra gruppi e categorie. A partire dalle parole chiave e dalle immagini di Opher Thomson ('movimenti', 'accessi', 'nessi', 'dinamico', 'linee del desiderio') discutiamo su come la gestione degli spazi possa essere intesa come pratica di deframmentazione.
Prendiamo ad esempio la nostra esplorazione sulle corti della Bolognina, il lavoro sociale che ha l'intento di animare queste corti, che sono vicine ma molto diverse tra loro, sia nella loro composizione che nel vivere gli spazi. La Corte 5 con case non recuperate, le macchine parcheggiate negli spazi comuni, tutti possono entrare, famiglie migranti numerose magari con problematiche e istanze sociali legate all'assenza di lavoro. La Corte n. 3 è ristrutturata e ordinata, chiusa al fuori. Il progetto su chi e su cosa lavora?
Vediamo rispetto alla tensione tra 'mappare energie sociali' sulle quali lavorare da facilitatrici\tori guidati da un'idea di azione sociale collettiva, da un lato, e non costruire nuove separazioni attraverso queste 'mappature', non creare linee di demarcazione dello spazio che poi sono linee di demarcazione tra gruppi sociali già esistenti o che creiamo noi stessi con le politiche locali, dall'altro lato, ipotetiche modalità per un lavoro sociale territoriale (o se vogliamo anche, ipotetiche fasi delle progettuali politiche locali) che forse ci aiutano a non cristallizzare lo spazio e a non generare nuovi 'target urbani', a mantenere ferma la processualità ispirata al de-segregare.
1 - (Stare più a lungo) Dentro ('con'). Nutrire lo scambio relazionale negli spazi intermedi tra il privato e il pubblico: cortili, scale condominiali, parchi di quartiere, strade, luoghi dell'attesa nei servizi sono spazi dei servizi non nel senso che sono spazi istituzionali ma nel senso che sono parte dei processi di risposta ai bisogni.
Una parte interessante riguarda la connessione tra le corti, la connessione tra l'interno e il fuori (alle corti, es. campi da tennis del quartiere vicino). Immaginiamo che il suo oggetto di lavoro sia il "dentro", come ipotetica prima fase di un lavoro di animazione sociale, imparo a leggere le pratiche interne di ogni gruppo, faccio un lavoro dentro a ogni specifica corte, ognuna con bisogni diversi (ogni gruppo sociale ha desideri diversi e ci chiediamo anche quali pratiche di auto risposta si danno già i gruppi) e le ricodifico, lavoro sulla socializzazione, animo il dentro. Lavoro sugli spazi per una migliore vivibilità, riorganizzo le macchine che occupano spazi vivibili e magari li utilizzo per stendere meglio i panni o creare possibili spazi per bambini. In diversi percorsi rioccupo gli spazi, es. nei negozi chiusi faccio laboratori o teatro per bambini dei condomini. Penso al 'dentro' come strategia di assunzione della consapevolezza di sé, mi occupo della circolazione e animazione sociale del dentro, alla ricerca di una narrazione collettiva.
Prendiamo il caso di Salus Space a Bologna, dove si costruisce uno spazio abitativo e lavorativo e comunitario (bar, laboratori artistici, orti sociali). Sicuramente è un caso molto interessante di politiche dell'accoglienza di tipo aperto e comunitario, che oggi si contrappongono alla forma di accoglienza 'campo chiuso' di molti CAS e delle forme di accoglienza legate all'eccezionalità e alla sicurezza. La relazione che si vuole stabilire lì, all'interno, è quindi lo specchio di una relazione più ampia che si vuole esemplificare, mostrare possibile, sostenibile, replicabile. Il dentro conta. Ma poi, a poca distanza, ci accorgiamo che c'è una casa per anziani chiusa. La distanza è la sola rete di recinzione. Dall'altra parte del campo invece una casa occupata. Esploriamo lo spazio. Stiamo sugli argini tra questi mondi di cui non ci eravamo accorti.
2 - (Stare nella, essere la) Soglia ('tra'). L'appena oltre ci interessa, è ciò che collega il dentro ad un fuori, che definisce il senso. Il lavoro di Opher Thomson è agito prevalentemente stando sulla soglia, in tutti i casi osservati. Ad esempio, notiamo che Piazza dei colori, uno dei casi in cui si cerca di animare lo spazio tra condomini, e Salus Space, il caso delle abitazioni a canoni calmierati che si compongono con i posti SAI, e due casi sono vicinissimi tra loro. Allora, dal punto di vista dei servizi, questi due casi distinti in realtà possono essere, sono un unico caso? In questo caso, cambierebbe tutto, e il lavoro in rete diventerebbe un lavoro di rottura dello spazio specifico che riguarda il dentro e ragiona per target, che si sforza di creare connessioni per guidare i gruppi e le persone che stanno nel dentro rispetto al loro intorno, occupandosi di attraversamenti, rendendo fruibili i fuori per i dentro e viceversa. Opher Thomson osservando ed esplorando fisicamente i limiti di ogni innovazione sociale, i muri circostanti, chi ci scrive poesie appiccicate al muro per quando camminiamo a piedi, grandi scritte per chi sta in autobus, ci ricorda che la soglia è l'elemento di apertura dell'innovazione sociale.
Io ho usato il concetto di 'soglia' – nei lavori già citati sul futuro come elaborazione collettiva - per identificare in quei processi partecipativi uno spazio\tempo rituale che permette di rallentare e creare la suggestione necessaria a pensare il tempo a venire, fare riflessività politica pur dentro la frenesia della precarietà attuale. La soglia spazio-temporale aperta dal lavoro sociale è il tempo dilatato della narrazione comune, come nel caso dei laboratori teatrali nelle piazze o delle biblioteche locali aperte nei condomini, fanno rito e rallentano il ritmo dell'azione in modo che essa possa essere riempita di senso, che si creino spazi di coltivazione narrativa del senso. Ma parlano di 'soglia' degli artefatti e dei setting del lavoro sociale anche Bifulco e De Leonardis (12.) guardando al tipo di configurazione dei confini fisici del servizio sociale e sanitario (le porte, i cartelloni, i front office, il numero di passaggi richiesti, il modo in cui l'accesso viene allestito.
3 – (Posizionarsi, uscire) Fuori ('oltre'). Infine, l'immaginazione che noi ci mettiamo, qui, esplorando con metodi visuali le nostre innovazioni, è sul fuori. I campi da tennis vicini al luogo dove si realizza un progetto come il nostro, ci interroga. Una serie di obbiettivi politici salgono in superficie con un brainstorming condiviso: collegare i quartieri, connettere diverse opportunità come istanza, rompere gli argini, inventare sicurezze, aprire i cancelli, sentire le contiguità, vivere con-fine, sentire che i confini sono porosi, stare in mezzo, contaminare, essere e fare ponti, avere libertà di rilancio, decostruire. Fare su e giù da, accompagnare da lì a là, aprire canali di convergenza tra progetti e tra aree diverse: questo è il senso dell'esplorare insieme casi che poi diventano un singolo caso.
Si veda di Annick Magnier e Calro Andorlini, Un giusto ufficio. Costruire luoghi di innovazione aperta per i servizi sociali? (2021).
Intorno a questi temi si vedano i libri di Richard Sennett: Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali (2002); Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione (2014); Costruire e abitare: Etica per la città (2018).
Su questa specifica dinamica tra nostalgie politiche del passato – retrotopie – e difficoltà a considerare istituibili alcune politiche sociali innovative ho lungamente parlato nei due volumi dedicati al futuro come prodotto culturale oggi: Vincenza Pellegrino, Futuri possibili. Il domani per le scienze sociali di oggi (2019) e Futuri testardi. La ricerca sociale per l’elaborazione del Doposviluppo (2020).
Si veda: Collectif Rosa Bonheur, La ville vue d’en bas. Travail et production de l’espace populaire (2019).
Per ‘linea abissale’ nelle città Boavebtoura de Sousa Santos intende quello spazio simbolico e materiale che pone alcuni fuori dal patto sociale metropolitano (senza tetto, migranti irregolari, ‘favelados’), che caratterizza una umanità di non cittadini, di non propriamente umani, e quindi rende meno visibile, pensabile, assumibile un tipo di dolore portato da questi gruppi sociali. SI veda in italiano: Epistemologie dei Sud (2021).
Henri Lefebvre, Il diritto alla città (2014).
David Harvey, Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street (2013).
Jaime Lerner, Urban acupunture (2014).
Si veda in Andorlini, Maurizio Carta, Cambiamenti dell’urbanistica (2016).
Robert Redfield, The Little Community and Peasant Society and Culture (1989).
Marco Aime, Comunità (2019)
Lavinia Bifulco, Ota de Leonardis (a cura di), Il genius loci del welfare. Strutture e processi della qualità sociale (2003).
RINGRAZIAMENTI 1a EDIZIONE
TERRITORI COINVOLTI NEL PERCORSO COMMUNITY EXPRESS 2020 / 2021 Comune di S.Ilario; Comune di Cavriago; Quartiere Navile, Comune di Bologna; Distretto Unione Bassa Reggiana; Distretto Ovest Ferrara, Comune di Cento; Quartiere S.Donato-S.Vitale, Comune di Bologna; Comune di Comacchio; Distretto di Reggio Emilia; Distretto Unione Terre di Castelli, Vignola; Distretto Unione dei Comuni della Bassa Romagna; Distretto di Forlì, Valle del Montone; Distretto Ponente Ausl Piacenza, Borgonovo Val Tidone; Distretto Levante Ausl Piacenza, Fiorenzuola; Quartiere Porto-Saragozza, Comune di Bologna; Quartiere S.Stefano, Comune di Bologna; Distretto di Modena; Quartiere Savena, Comune di Bologna. OPERATORI REFERENTI DEI TERRITORI COINVOLTI Laura Baraccani, Carla Verderosa, Silvia Zoli, Darva Verità, Roberta Sarti, Alessandro Mazzini, Giulia Ginesi, Costanza Ceda, Enza Malaguti, Lauro Menozzi, Maria Monica Daghio, Andrea Spanò, Roberta Pinelli, Stefania Marchese, Raffaella Pirozzi, Domenico Pennizzotto, Inti Bertocchi, Annalisa Valdesalici, Maria Laura Gurioli, Paola Scarpellini, Cristiana Ricotti, Patrizia Margheritini, Piera Bolognesi, Fiodor Civitella, Stefania Ferro, Valentina Valente, Ilaria Daolio, Silvia Senigallesi, Patrizia Buzzi, Gioria Mezzogori, Luisa Sironi, Monika Monelli, Maria Grazia Veneziani, Giuseppe Magistrali, Luigi Tirotta, Anna Lisa Albertini, Emilie Pavan, Francesca Palmisani, Giovanni Mazzoli, Giulia D'Ambrosio. STAFF DI COORDINAMENTO COMMUNITY EXPRESS Fabrizia Paltrinieri, Maria Augusta Nicoli, Vanessa Vivoli, Tommaso Gradi (Agenzia sanitaria e sociale regionale dell'Emilia-Romagna), Vincenza Pellegrino, Daniela Leonardi (Università di Parma), Gino Passarini, Fabrizia Paltrinieri (Servizio Politiche sociali e socio educative, Regione Emilia-Romagna), Monica Raciti (Servizio politiche per l'interazione sociale il contrasto alla povertà e terzo settore Regione Emilia-Romagna). FACILITATORE Opher Thomson.
RINGRAZIAMENTI 2a EDIZIONE
LE RESPONSABILI DEI PROGETTI: FERRARA Forestazione Urbana, insieme per una città sostenibile, Anna Zonari, Chiara Porretta; RIMINI Agisco, Loredana Urbini; PARMA Parma Welfare – La persona al centro! Simona Tedeschi, Enrica Ferrari, Arnaldo Conforti; BOLOGNA Un piatto per tutti / Emporio Solidale il Sole, Cinzia Migani, Laura Pacetti, Simona Boreri; REGGIO EMILIA All inclusive sport, Federica Severini; PIACENZA Quartiere Roma, Raffaella Fontanesi, Lidia Frazzei; MODENA Coordinamento Empori Solidali, Andrea Bellani, Angela Artusi; RAVENNA Le maglie dell’accoglienza, Angela Gulminelli; FORLI' CESENA Alla ricerca della bellezza: cultura, storia e territori, Lisa Stoppa.
Il lavoro è il risultato di un percorso laboratoriale partecipato e formativo sulla lettura collettiva degli spazi, rivolto ai Centri Servizi per il Volontariato, promosso dalla REGIONE EMILIA-ROMAGNA - AGENZIA SANITARIA E SOCIALE REGIONALE – Fabrizia Paltrinieri, Vanessa Vivoli e Tommaso Gradi – e del SERVIZIO POLITICHE PER L'INTEGRAZIONE SOCIALE, IL CONTRASTO ALLA POVERTA' E TERZO SETTORE – Monica Raciti, Mario Ansaloni, Simona Massaro, Carmelo Cavaterra, Vito Fusco, Federico Sabattini. FACILITATORE Opher Thomson.